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di Gaetano Cellura Distanti vent’anni l’uno dall’altro, i due omicidi presentano analogie non sufficientemente approfondite in sede storica. Giacomo Matteotti, deputato socialista, fu ucciso dai sicari del fascismo il 10 giugno del 1924. E i suoi resti ritrovati due mesi dopo. Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo, venne freddato il 15 aprile di ottant’anni fa davanti alla propria abitazione da un commando partigiano guidato da Bruno Fanciullacci.

Una prima analogia è nel fatto che entrambi i delitti sono politici. Segnano e seguono storicamente l’inizio dell’omicidio politico in Italia. Da Matteotti a Moro. La seconda riguarda ancora alcuni aspetti oscuri sui loro mandanti. Mussolini sapeva o non sapeva dell’azione delittuosa di Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo? L’articolo Sentenza di morte, scritto dallo storico dell’antichità Concetto Marchesi e pubblicato su Rinascita, fu o non fu manipolato nelle sue righe conclusive?

Terza analogia: in entrambi i casi è proprio rappresentata dall’articolo di stampa. Il primo, dai toni minacciosi nei confronti di Matteotti, apparso in modo anonimo sia sul Popolo d’Italia che sull’Impero, di cui è stata ritrovata la copia autografa. E il secondo, quello di Marchesi contro Gentile, un siciliano contro l’altro, uno storico contro un filosofo, di cui Marchesi rinnega le righe che avrebbero reso Gentile bersaglio da colpire.

La quarta analogia può trovarsi nello sdegno che nel paese suscitò l’omicidio di Metteotti, del fascismo uno dei maggiori oppositori. E nella divisione dello stesso fronte antifascista di fronte all’omicidio del filosofo. Un vecchio inerme e forse pure disilluso colpito a sangue freddo. “Lei è il professor Gentile? – gli chiesero. E il colpo partì.

La quinta, infine. Quali ne siano stati i mandanti, entrambi gli omicidi furono politicamente approvati, come a voler chiudere la questione di fronte alla pubblica opinione. Da Mussolini con il famigerato discorso in parlamento del gennaio del 1925: “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, ebbene io ne sono il capo”. E per quel che riguarda Gentile dal Partito comunista e dall’Unità, che parlò di giustizia popolare e accusò il filosofo di essere stato manutengolo del fascismo e corruttore della vita culturale.